Sono andato a Villa Panza per vedere la mostra dedicata a Josef Albers.
Conosco il suo lavoro da molto tempo e naturalmente conoscevo gli Homage to the Square, la sua ricerca sul colore, il Bauhaus, il Black Mountain College, Yale. Ma vedere le opere dal vero è un’altra cosa. Soprattutto perché a un certo punto smetti di guardare semplicemente dei quadrati colorati e cominci a chiederti cosa sta succedendo ai tuoi occhi.
Ed è probabilmente proprio lì il punto.
Albers ha passato una vita a dimostrare che il colore non esiste mai da solo. Cambia a seconda di quello che gli metti vicino, delle proporzioni, della quantità, della luce. Lo stesso colore può sembrarne un altro e due colori diversi possono arrivare quasi a sembrare uguali.
Sembra una cosa semplice. In realtà non lo è affatto.
Forse è anche per questo che continuo a trovare il suo lavoro così contemporaneo. Non solo come progettista, ma soprattutto pensando all’insegnamento.
Albers diceva che il suo compito era “to open eyes”, aprire gli occhi.
Una frase semplicissima che, per chi insegna progetto, contiene moltissimo.
Prima di progettare bisogna vedere
Noi possiamo insegnare agli studenti a disegnare, modellare, conoscere i materiali, usare Rhino, V-Ray e adesso naturalmente l’intelligenza artificiale. Possiamo spiegare metodi, processi, strumenti.
Ma se uno studente non impara a guardare, tutto questo serve fino a un certo punto.
Guardare significa accorgersi delle differenze. Capire perché una cosa funziona e un’altra no. Vedere una relazione che prima non avevamo notato. A volte anche dubitare di quello che sembra ovvio.
Credo che Albers insegnasse esattamente questo.
Non forniva una formula da applicare. Creava le condizioni perché gli studenti facessero esperienza diretta di un fenomeno e arrivassero a capire qualcosa con i propri occhi.
E questa, secondo me, è ancora una delle forme più alte dell’insegnamento del progetto.
Una finestra
Dopo aver visto la mostra ho continuato a girare per Villa Panza e a un certo punto mi sono fermato davanti a una finestra.
Una di quelle vecchie finestre con i vetri non perfettamente piani.
Guardando attraverso il vetro il cortile della Villa si deformava leggermente: le facciate, il cielo, gli alberi. Tutto rimaneva perfettamente riconoscibile, ma allo stesso tempo era diverso.
Ho fatto una fotografia.
Probabilmente in un altro momento sarei passato oltre. Dopo Albers, invece, quella finestra mi è sembrata quasi un’altra sua lezione.
La realtà era sempre lì, naturalmente. Era il modo di guardarla che era cambiato.
E poi la luce
La cosa bella di Villa Panza è che la visita ad Albers non finisce realmente quando termina la mostra.
Continui a camminare e trovi le opere della collezione costruita negli anni da Giuseppe Panza, uno straordinario personaggio al quale dobbiamo molto.
Arrivando negli ambienti di Dan Flavin il colore, che in Albers era ancora materia pittorica, improvvisamente diventa luce.
Una luce vera.
Entra nell’architettura, colora le pareti, si riflette sul pavimento, invade i corridoi. E mentre cammini cambia continuamente anche il modo in cui percepisci lo spazio.
Non ho potuto fare a meno di pensare che ci fosse una continuità tra quelle esperienze, anche se appartengono ad artisti e momenti molto diversi.
Prima il colore che modifica ciò che vediamo.
Poi la luce che modifica direttamente lo spazio nel quale ci troviamo.
Quello che mi porto via
Sono uscito da Villa Panza pensando che certe lezioni del Bauhaus abbiano ancora moltissimo da insegnarci, a patto di non trasformarle in una specie di repertorio storico di forme, colori e geometrie.
L’eredità più interessante è un’altra.
È la curiosità. È la sperimentazione. È non dare per scontato quello che abbiamo davanti.
E soprattutto è quella frase di Albers che continuo a trovare formidabile: aprire gli occhi.
Vale per gli studenti, naturalmente.
Ma vale altrettanto per noi che continuiamo a progettare.
Perché forse una parte importante del nostro lavoro consiste proprio nel riuscire a vedere qualcosa che gli altri, almeno per il momento, non hanno ancora visto.